Le Olimpiadi e il potere dei simboli

Feyisa Lilesa è un maratoneta, è Etiope e a Rio ha gareggiato nella squadra dei rifugiati. E’ arrivato secondo e alla fine, davanti alle telecamere di tutto il mondo, ha alzato le braccia e ha fatto il gesto delle mani incatenate. In Italia lo conosciamo bene perché è usato spesso dai politici, in atteggiamenti aggressivi e volgari nei confronti degli avversari. In questo caso, quello stesso gesto assume un significato del tutto diverso.
“Se torno in Patria mi uccideranno” ha dichiarato Feyisa Lilesa dopo la sua protesta. Il maratoneta ha strappato con una immagine il velo del silenzio che avvolge la repressione della sua etnia, gli Oromo, da parte dei Tigrini al potere.

Le Olimpiadi antiche erano il momento della sospensione delle ostilità. Anche le Olimpiadi moderne nacquero con lo stesso spirito, spesso disatteso. Basti pensare ai reciproci boicottaggi tra Usa e Urss nelle edizioni di Mosca nel 1980 e di Los Angeles nel 1984.

Sono i gesti simbolici a fare irrompere i temi sociali e politici alle Olimpiadi. Il più celebre, quello dei velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos in Messico nel 1968. Dopo essere arrivati primo e terzo nella gara dei 200 metri, indossarono un guanto nero, alzarono il pugno chiuso al cielo e tennero il capo abbassato durante l’esecuzione dell’inno nazionale. Era la denuncia della discriminazione e della repressione dei neri negli Stati Uniti. La fotografia di quel podio è una icona del ‘900. Uno dei gesti più potenti mai realizzati.

Da allora, nessun’altra iniziativa ha raggiunto la stessa forza ma Rio 2016 ha riservato diversi momenti intensi. E’ il caso di Elisa Di Francisca, schermitrice italiana che ha festeggiato la medaglia d’argento nel fioretto sventolando la bandiera dell’Unione Europea invece che il tricolore. O della tunisina Ines Boubakri che ha gareggiato con le unghie dipinte con le bandiere di Tunisia e Francia e ha dedicato la sua medaglia di bronzo, sempre nel fioretto, alle donne arabe.
Rachele Bruni, argento nella 10 chilometri di nuoto, ha dedicato la propria medaglia alla compagna, Diletta.

Tre donne. Le donne sono state protagoniste delle Olimpiadi. Eppure sono state anche le Olimpiadi in cui i media si sono confrontati con i propri limiti nel racconto della realtà femminile. In Italia il caso più noto è quello delle “cicciottelle”. Le tre atlete del tiro con l’arco Claudia Mandia, Guendalina Sartori e Lucilla Boari, arrivate quarte nella competizione a squadre, sono state definite così, in virtù della loro forma fisica, in un titolo del Quotidiano Sportivo. La polemica nata sui social media ha portato alla sollevazione dall’incarico del direttore Giuseppe Tassi da parte dell’editore Riffeser. Non è il solo caso in cui lo sport femminile sia stato raccontato con una carica di pregiudizio e non è stato un problema solo italiano. Katinka Hosszu, nuotatrice ungherese, ha vinto l’oro nei 400 misti e ha conquistato il nuovo record del mondo. Il telecronista della statunitense Nbc, Dan Hicks, ha affermato in diretta che il merito fosse da ascrivere al marito dell’atleta, in quanto suo allenatore.
Il quotidiano The Guardian, uno dei più autorevoli del mondo, ha pubblicato una guida al corretto approccio allo sport femminile.

Rio 2016 conferma il potere dei simboli e delle parole, la forza di una immagine o di una definizione, la possibilità concreta di agire sul reale attraverso di essi. Quando se ne riesca a fare un buon utilizzo.

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