La battaglia sulla trasparenza che comunicatori e giornalisti dovrebbero condurre insieme e il caso di HP e il Financial Times

Fin dove può spingersi un’azienda che compra pubblicità su un mezzo di comunicazione? Qual è il limite che separa la pubblicità dal giornalismo? Sono questi gli interrogativi che suscita l’editoriale di Lucy Kellaway, giornalista del Financial Times, apparso sull’edizione Weekend del quotidiano finanziario di Londra e intitolato “Una risposta old school alla minaccia rétro di un pubblicitario”.

Partiamo dai fatti: Lucy Kellaway pubblica un articolo in cui cita una frase di Meg Whitman, CEO di Hewlett-Packard Enterprise “rubata” durante il World Economic Forum di Davos, all’interno di un articolo ironico in cui la giornalista riportava le frasi più controverse dette da presidenti e CEO durante il forum. Questo articolo ha provocato le ire di Henry Gomez, capo della comunicazione e del marketing di HP, il quale ha inviato una email a Lucy Kellaway dicendo che “il management del FT dovrebbe tenere in considerazione l’impatto di errori inaccettabili nelle sue relazioni con gli investitori pubblicitari”, almeno secondo quanto dice la Kellaway stessa. La giornalista ha quindi replicato con una lettera aperta a Gomez pubblicata appunto all’interno dell’editoriale in cui sottolinea il fatto che se il Financial Times è uno dei quotidiani più autorevoli del mondo è anche perché non ha paura di pubblicare un articolo che non faccia piacere ad uno dei suoi investitori pubblicitari. Kellayway dice inoltre che il ruolo delle PR è quello di mettere in buona luce l’azienda agli occhi dei media, e che quella email ha sortito invece l’effetto contrario.

Quello dell’influenza della pubblicità sul giornalismo è un dibattito vecchio che negli ultimi anni si è acuito vista la crisi dei mezzi di comunicazione tradizionali, i quali si sono visti soffiare dal web fior di investimenti pubblicitari. Lucy Kellaway ha ragione quando dice che il compito delle pubbliche relazioni non è quello di obbligare i giornalisti a pubblicare articoli benevoli nei confronti degli investitori pubblicitari e che arrivare alle minacce di togliere gli investimenti è proprio rétro, oltre che inelegante. Soprattutto calpesta la deontolgia professionale dei giornalisti e dei comunicatori. Quella della indipendenza e della trasparenza della comunicazione e della informazione, tanto più in un periodo di profonda trasformazione dell’editoria e del suo modello di business, è una battaglia che comunicatori e giornalisti possono e debbono condurre insieme. Entrambe le professioni hanno senso, valore e dignità solo se ciascuno rispetta il ruolo dell’altro. Almeno, questa è l’esperienza quotidiana di Mediatyche. E’ questione di professionalità e stima reciproca.

 

 

 

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